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_P.S.

_vito pace

_10 novembre 2007 _25 gennaio 2008



P.S.

Oltre lo specchio, alla ricerca dell'arte. È il viaggio di Vito Pace, narratore instancabile della poesia dell'assurdo. Originario di Avigliano, piccolo centro vicino Potenza, oggi vive in Germania. P.S. è la sua ultima storia, percorso di vita dalle radici al presente. Protagonista indiscusso è un ragazzino che guarda annoiato da una tela: il "Ragazzo delle elementari" (1948) dell'aviglianese Vincenzo Claps (1913-1975) realizzato alla fine degli anni quaranta, immagine di un passato sbiadito, pretesto per domande che l'artista indirizza al ritratto, ma sono piuttosto rivolte a se stesso. Chi è questo ragazzo? Chi l'ha dipinto? Con quale tecnica? Il quadro diventa punto di partenza per un'indagine in cui Vito incontra Vito sulla via dell'arte: capire il ritratto è un modo per capire se stesso e andare oltre, compiere un altro passo. L'Arte per Vito è tutto e il suo contrario, luogo di paradossi e libertà, di narrazione e affabulazione. Le sue opere sono elementi di una storia, la sua ricerca artistica è ricerca di oggetti narrativi. Un universo infinito di luoghi, segni e frammenti di reale, composti con ironia per suggerire ed evocare il senso di un continuo cambiamento, di azzeramento e rinascita, principio imprescindibile del fare Arte. È una strada che conduce oltre il ritratto, creato nel suo paese da un artista che vi è nato e vissuto, immagine di un passato che è origine e presente attraverso un altro artista che ne racconta la storia, in un gioco di specchi infinito. Ma lo specchio si infrange sul paradosso della "presenza dell'assenza": P.S. Post Scriptum o anche Post Mortem, come evocazione di qualcosa –qualcuno- che non c'è. Non c'è più? Non c'è mai stato? La risposta di Vito è tutta nelle sue opere, come l'altare che sorregge una cornice. Vuota. Lo spunto è arrivato da una lapide del cimitero di Avigliano in cui manca la fotografia, ma nel buio della cornice vuota non c'è un lugubre riferimento alla morte, quanto uno spazio da riempire, lo specchio oscuro dell'Io: ciascuno deve porvi quanto sente. La stessa cornice ritorna, ritagliata in marmo, come oggetto: guardandoci attraverso, l'artista ha fotografato dei paesaggi. Il vuoto si è riempito di infinito, prescindendo dal ritratto di una persona per diventare immensità. La cornice diventa così ironico objet trouvé di duchampiana memoria, dadaista al contrario: cornice che racchiude immagini dell'infinito, cornice vuota che imprigiona lo spazio. Le fa da contraltare il ragazzino, ignaro e involontario protagonista, circondato dal suo piccolo mondo -il quaderno abbandonato sullo scrittoio, il calamaio, la sedia- e avvolto da una luce iridescente, che proviene da un passato remoto e immanente. Il suo vestito, evocazione tangibile della sua esistenza, sospesa nell'attimo in cui è stato ritratto, lo trascina nel reale, come simbolo o reliquia di colui che è stato. E il reale si impone attraverso lo specchio dell'arte che restituisce un'immagine più attuale, punto di partenza e destinazione del viaggio: la scritta PS, quasi un autoritratto (cosciente o involontario?) su cui trova posto una caramella, frammento giocoso di quotidiano, rimando al passato infantile, personaggio di chiusura della storia che ha portato Vito oltre lo specchio e ritorno.

Susanna Crispino
site: www.vitopace.eu

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